Ciao Babbo

Ciao Babbo,
siamo tipi strani, io e te.

Quasi non ti ricordo capellone agli inizi degli anni 80. Sono i ricordi di un bambino: più sensazioni che immagini. Mi ricordo il giro d’europa in 45 giorni fatto fra i vecchi amici berlinesi, i comignoli spazzacamin di londra, la tempesta di sabbia a tunisi e gli incredibili sassi galleggianti delle eolie.

Mi ricordo i topolini su cui mi insegnasti a leggere… anche perchè non ne potevi più di leggermeli in continuazione. Mi ricordo delle storie che mi raccontavi e che creavamo assieme, con tu che le scrivevi perchè io ancora non sapevo.

Ricordo il fortuna drago ed il giglio, un’avventura, una pace ed un isolamento che forse, ho pensato poi decenni dopo, furono più un modo per te di cambiare vita, una vita che forse io ti stavo cambiando.

Nella vita hai rinunciato a molto ed hai sofferto molto, lo so.
Però, forse, se fare il venditore ambulante di papere di legno è ciò che ti fa andare avanti quasi con lusso, forse, alla fine, non avevi bisogno di rinunciare a molto.
I soldi sono un problema per chi ce li ha e lamentarsi è un lusso mi hai sempre detto, anche se siamo sempre stati d’accordo che due lire in più fanno comodo e ogni tanto sfogarsi è umano.

Tante sono le cose che apprende un figlio dai genitori che l’unico modo che ho per ringraziarti per tutto quello che mi hai dato è di continuare ad essere testardamente me stesso.
Come sei stato tu, fino alla fine.
Abbiamo avuto la nostra dose di litigate e abbiamo passato i nostri periodi oscuri ma sempre ci siamo ritrovati perchè sapevamo di poterci fidare uno dell’altro anche quando non potevamo capirci.
Ed anche se a volte mi hai criticato, mai mi hai rotto i coglioni e sempre hai rispettato le mie scelte e difficoltà, anche quando queste ti costavano sacrifici.

Abbiamo parlato poco a volte: per certi versi ed in modi simili, ma differenti, siamo a volte taciturni, introversi… testardamente solitari persino.
A volte però non conta quanto spesso si parla, ma quanto in profondità.

Nel chiacchiericcio poi delle tante amicizie di passaggio ci siamo spesso ritrovati ad non aver bisogno dell’altrui superficialità ed a ridurre e limitare, a togliere… quasi come uno scultore che toglie la pietra in eccesso, alla ricerca di sè stessi.

La solitudine è stata una strana compagna per noi, ciascuno con la propria e che ci ha accompagnato a lungo… anche quando mamma se n’è andata, così all’improvviso.
Eppure ci siamo ritrovati: ciascuno di noi due aveva da camminare un po’ da solo, far pensare le gambe, prima di poterci rivedere.

Da te ho imparato poi che la solidarietà non è una cosa che si parla è una cosa che si fa, da te questo l’ho imparato bene negli anni insieme, nelle piccole e grandi cose di tutti i giorni.

Forse io ho preso da te più di quel che ho dato. Non lo so.
Forse è nella natura dei figli prendere e di quella dei genitori di dare.
Ma mi piace forse pensare che da tempo non si fosse più solo padre e figlio, tu che faticasti ad essere chiamato babbo e non Carlo, come volevi.
Mi piace pensare che si fosse compagni di strada in questa cosa strana che è la vita.

Non hai voluto tombe per ricordare il tuo passaggio: dicevi che finchè c’è qualcuno che ti ricorda bene e poi, quando non c’è più nessuno che lo fa, che senso ha un nome su un pezzo di pietra?
Non sei mai stato avvezzo a riti e rituali: il tuo carattere anarchico e ribelle te li ha sempre fatti rifiutare e so che per te anche queste cose che sto dicendo sarebbero state, in parte, delle cazzate.
Ma i saluti come questo non sono per i morti, che sono morti: sono per i vivi, e su questo eravamo d’accordo.

Fra qualche giorno diventerai cenere e poi tornerai al mare di fronte al quale eri nato.

 

Libero, come sempre sei stato.
Ciao Babbo, ti voglio bene, grazie di tutto.