Cosmopolitica: vinceranno i poteri deboli o gli attivisti? Parte due

Parte due: dopo aver ripercorso nella prima parte il contesto di debolezze di tutta la sinistra italiana ed i passaggi che hanno portato all’evento di Cosmopolitica vi racconto le mie impressioni e ragionamenti che ne seguono.

La prima cosa da dire è che è stato un evento con un buon numero di partecipanti nell’arco dei tre giorni, circa 3500. Ci sono stati moltissimi interventi che nel merito di tanti temi hanno detto cose belle ed importanti, anche se potevano essere cose dette in qualsiasi occasione.

L’entusiasmo che ho percepito in molti compagne e compagni era reale e genuino: moltissimi hanno veramente voglia di voltare pagina, di lasciarsi una stagione alle spalle per aprirne un’altra. Quest’entusiasmo però, parlando meglio con chi conosco, alla fine mi è parso un po’… Morettiano. C’era la voglia di essere entusiasti ma c’era con un po’ di tristezza e dubbi addosso; dubbi che piano piano riemergono, quasi esistenzialmente.

Mi sono ascoltato tutti, o quasi, gli interventi dal sabato alle 18 alle 22 e tutti quella della domenica mattina e questi sono i punti che più mi hanno dato da pensare.

La platea e gli interventi era costituita per la maggioranza da persone provenienti da SEL, com’è ovvio, eppure non ho sentito nessuno, ma proprio nessuno, che rispondesse ad una domanda apparentemente semplice: ma perché SEL si scioglie e da’ vita ad un nuovo progetto?

Al di là di vari giudizi SEL è un partito che ha una storia di quasi 7 anni, circoli, parlamentari, assessori e molti attivisti. Non è un partito forte, ma sicuramente degno di rispetto.

Quindi perché si scioglie? I suoi obiettivi erano sbagliati? I suoi modi di perseguirli erano sbagliati? O Sinistra Italiana è un progetto con caratteristiche così innovative da costituire un salto di qualità così grande rispetto a SEL che tali innovazioni non potevano essere attuate dentro SEL?
Se il punto era che gli ex-PD avevano bisogno di un’organizzazione politica nel quale vivere allora perché non potevano semplicemente entrare in SEL, se non aveva problemi?

Essendo Cosmopolitica un evento di lancio di una nuova esperienza non mi aspettavo file di persone che intervenivano autoflagellandosi pubblicamente … ma una qualche riflessione pacata, un guardarsi alle spalle per non ripetere gli errori, quella sì.
E invece niente. Nada. Nichts.

Quello che appare è quindi una retorica del “nuovo partito che farà cose bellissime”… e non si capisce come mai , dato che il 90% di quelle persone facevano parte già di un partito, tutte quelle cose bellissime non l’avessero già fatte.

L’altra impressione è stata infatti di interventi istrutturati più come una serie di comizi volti a convincere sé stessi e la platea di aver già risolto i propri problemi più che a riflettere sul da farsi, su ciò che bisognava cambiare per mettere in pratica un sacco di belle parole.

Devo dire che la platea questa cosa in qualche modo mi pare l’abbia registrata: uno dei passaggi più applauditi è stato quello di Curzio Maltese che, focalizzando una frase di Cofferati, ha detto “non si baratta l’identità [di un nuovo soggetto] per un assessorato a Milano” in uno dei pochi interventi critici della giornata… ma non a caso, penso, Curzio Maltese non è di SEL.

Particolarmente deprimente è stata la chiusura, sia in senso dell’ordine che del contenuto, della domenica fatta da Fratoianni. Un discorso comprensibilmente proteso tutto in avanti ma che inciampa in modo spettacolare su un punto in particolare: quando parla di accrocchi e pluralismo.

Fratoianni dice infatti che la sinistra è spezzettata, divisa in partiti, movimenti e correnti e che un nuovo partito deve essere sì plurale, ma che la pluralità è nelle idee delle persone e che quindi, rivolgendosi ad Altra Europa e Rifondazione che vorrebbero fare un unico soggetto unitario, non deve essere un accrocchio.

Ora: molte critiche ad Altra Europa e Rifondazione sono più che legittime e meritorie di essere discusse, ma che il coordinatore di SEL dica cose del genere è roba da premio olimpionico dell’ipocrisia e chi lo applaude, mi dispiace dirlo, si è lasciato trasportare da una retorica vuota e falsa.

SEL infatti è da sempre un partito nato da pezzi diversi che non è riuscito mai ad amalgamare fino in fondo e che da sempre è diviso in correnti e potentati in spietata lotta fra loro: basta la vicenda Sala a Milano e stendere un velo pietoso su Gennaro Migliore per ricordarsene.

Tenere fuori Altra Europa e Rifondazione permetterebbe magicamente di risolvere il problema delle correnti? Se Rifondazione si sciogliesse oggi ed entrasse in blocco in Sinistra Italiana il problema si risolverebbe magicamente?
NO! Se non si innova nei meccanismi di funzionamento dell’organizzazione politica di cui si fa parte (chiamatelo partito o soggetto, non me ne frega nulla) niente cambierà.
Se l’unica cosa che si dice con molta veemenza è che da oggi in poi non ci saranno più quei problemi si intende dire che chi parla non avrà più quei problemi perché sarà la fazione più forte.
Nient’altro.

Allo stesso modo la retorica delle “porte aperte” mi è parsa una delle cose più vuote e false di tutta la giornata. Una retorica auto assolutoria e scaricabarile nei confronti di chi non partecipa a Sinistra Italiana. In molti interventi infatti il ripetere che bisogna tenere le porte aperte, che si deve essere inclusivi rispetto a chi ancora non fa parte di questo percorso… ma poi? proposte concrete di come mettere in pratica queste cose?

Nessuna.

Nemmeno un “noi attivisti di Sinistra Italiana chiederemo, in ogni città, incontri con tutti i soggetti, tutti i soggetti, e parleremo con loro per capire come costruire qualcosa insieme”.
Che sarebbe il minimo sindacale per avviare un confronto di merito… No, semplicemente un “quando avranno voglia di venire, verranno”… che è l’equivalente politico del fregarsene alla grande.

In questa fase quindi, fra deboli dirigenze e attivisti, mi pare che le dirigenze stiano prevalendo.
Le prime hanno i soldi, hanno il controllo nominale delle organizzazioni, hanno la visibilità mediatica necessaria, per quanto scarsa, di apparire e sterzare il progetto dove gli pare.
Se infatti il futuro partito seguirà norme statutarie e democratiche (anche se sulla loro qualità come visto si può ampiamente discutere) ci sarà una fase, necessariamente e potenzialmente lunga, in cui le loro decisioni ed posizioni saranno non discutibili, non contrastabili e formeranno, di fatto, il consenso degli attivisti intorno a posizioni che non sarà più possibile mettere in discussione.

La rottura che ho ricostruito nel primo pezzo di questa serie infatti è stata operata da una debole dirigenza che poi, data la riservatezza del percorso e le debolezze altrui, ha potuto costruire la narrazione che più si adattava al proprio scopo: avere il controllo del nuovo, proprio, progetto. Su questa rottura gli attivisti hanno avuto poche possibilità di incidere e scarsissima volontà di prendere parola.

Quindi: vinceranno le deboli dirigenze o gli attivisti? I pronostici sono a favore dei primi: hanno dalla loro un po’ di potere.
Gli attivisti però potrebbero prendere coscienza di una cosa molto importante: che i primi sono in grado di esercitare il potere che i secondi gli concedono. Nient’altro.

Nel terzo (ed ultimo!) pezzo di questa serie proverò, dopo il contesto e le impressioni ragionate, a raccogliere un po’ di propositi, aspettative e proposte per ribaltare il pronostico.

 

Pippo Jedi

p.s. chi indovina perchè ho scelto l’immagine di David Bowie di Labirinth vince un mappamondo; da poco ho aperto una pagina FaceBook per questo blogghettino, se vi va seguitela, commentate lì e vediamo chi indovina 🙂