Cicciottelle e maschilismo

Sui social in questi giorni di olimpiadi è scoppiato il caso Cicciottelle e dopo due giorni di discussioni ho visto scritte tante di quelle sciocchezze da dover rimettere insieme alcuni punti importanti in un unico posto senza la pretesa di essere esaustivo e senza la pretesa di essere corretto al 100% quindi, femministe e non che mi leggete: se dico delle stronzate correggetemi per favore!

Partiamo dai fatti per chi magari non ha seguito i vari passaggi: la squadra olimpica femminile di tiro con l’arco composta da Guendalina Sartori, Lucilla Boari e Claudia Mandia sfiora la finale per l’oro ed arriva quarta facendo il miglior risultato di sempre. Il resto del carlino nella parte sportiva titola “Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico” da cui partono polemiche in rete, il titolo viene corretto e viene pubblicata una nota di (non)scuse del direttore, lettera del presidente di Fit-Arco a chiedere scuse e diverse proteste. Il giorno dopo l’editore solleva dall’incarico il direttore e si scusa senza arrampicarsi sugli specchi. Partono le polemiche sul suo licenziamento.

Perchè il titolo fa schifo.
– Cicciottelle è un termine che può essere affettuoso solo fra familiari o conoscenti stretti. Chi non lo capisce, mi dispiace, ma non ha nessuna idea del fatto che contesti diversi richiedono modi di parlare diversi (detti anche registri linguistici). Quindi se non è affettuoso è dispregiativo ed è un’offesa punto e basta.
– È offensivo in quanto cambia l’identità dell’oggetto a cui è rivolto: un’arciera può essere un’atleta, un’olimpionica, una tiratrice… andando su iperboli per esigenze retoriche uno potrebbe dire un’ammazza bersagli, una cecchina, un mirino umano. Cicciotella che c’entra? Potrebbe entrarci, e sarebbe comunque dispregiativo, se la prestanza fisica messa in discussione fosse funzionale allo scopo dello sport (tipo un maratoneta da 200kg). In questo caso non c’entra nulla come l’incredibile bravura del trio ha dimostrato. Quindi l’epiteto trasforma l’atleta in Cicciotella, valutandola per una cosa che non c’entra nulla.
– È offensivo ed ha generato clamore perché questo cambio di funzione viene fatto in modo sistematico e schiacciante in confronto delle donne per cui non sono mai scienziate, sindache, astronaute, dottoresse o vittime di un crimine, ma sono quasi sempre schiacciate su funzioni stereotipate: sessuale, riproduttiva o relativa ad un maschio (per tenere la lista breve). Quindi sono Cicciottelle in quanto non desiderabili sessualmente; quella non è sindaco, è SuperMamma e come farà con i figlioli; è la moglie o l’amante di… Non sto poi ad elencare i casi in cui la vittima di un omicidio diventa “escort uccisa” o una vittima di stupro diventa “bisessuale aggredita dal branco” e sordide variazioni sul tema.
Questo non avviene praticamente mai nel caso degli uomini: gli atleti maschi sono coraggiosi e forti anche quando rotondetti e quest’ultimo aspetto mai viene citato quando c’è… proprio perché non c’incastra nulla.

Le (non)scuse del direttore
Un direttore ha la responsabilità di ciò che viene scritto nel giornale. Ora pretendere che conosca esattamente tutti i titoli di ogni singolo articolo è forse pretendere troppo? Forse, ma la legge gli da’ la responsabilità penale, ricordiamocelo mentre diciamo che in fondo un errore può capitare, l’importante è porvi rimedio.
Le nonscuse del direttore sono però due paragrafini il cui cuore è il secondo “Mi scuso se quel titolo ha urtato la sensibilità di alcuni nostri lettori ma l’intento di partenza non era né derisorio né discriminante.”
Non sono scuse. Non si scusa perché il titolo è sbagliato, si scusa perché altri si sono sentiti urtati: la colpa è cioè loro, infatti si conclude dicendo che mai volevano deridere né discriminare.
Ora possiamo dare il beneficio del dubbio al titolista che l’intenzione non fosse offensiva… non cambia il fatto che il titolo sia oggettivamente tale.
La tecnica ninja alogica dello spostare la colpa sull’offeso è vecchia come il cucco ed un direttore di un giornale che la usi o è in completa malafede e cerca di arrampicarsi sugli specchi per allontanare il barile di merda che gli sta calando addosso oppure è un perfetto incompetente in quanto non sa il senso di ciò che scrive.

In entrambi i casi quindi è legittimo che l’editore lo licenzi in tronco: in ogni caso ha fatto prima pubblicare un titolo offensivo mettendo in ridicolo la propria testata e quando avrebbe dovuto correre ai ripari offrendo semplici e sincere scuse ha scaricato la colpa sui propri lettori o potenziali clienti.

Mentre accadeva tutto questo sono partiti i benaltristi, i predicatori dal pulpito ed, ovviamente, i finti libertini maschilisti ed altra brodaglia.
I primi hanno incominciato ad usare argomenti senza senso, spesso mescolando al tutto un po’ di becero machilismo/razzismo/propria supposta superiorità morale, con frasi del tipo “ah, ma nel frattempo c’è da pensare … ai banbini in africa / agli italiani che non arrivano a fine mese / ai titoli di libero / alla pace / all’invasione di cavallette”.
Ora: a meno che tutte le persone che si sono indignate ed hanno protestato su questa cosa non siano impegnate 365 giorni all’anno su qualcosa e che quindi debbano scegliere con acume le proprie priorità in quanto o fanno questo o fanno quello… che c’entra?
La maggior parte della gente non fa attività politica, né sociale, né tanto meno è attiva su questi temi. Quindi non hanno da scegliere accuratamente la loro priorità perché non devono scegliere fra opzioni. È già tanto se una volta si agitano un po’ per qualcosa.
Quindi per una volta che si smuovono su qualcosa invece di fare i sapientoni dicendogli “ah ma guarda che c’è qualcosa di più importante ti spiego io cosa” ditegli “bravi, fate bene ad indignarvi e guardate: è servito a qualcosa.”
Che poi vorrei vedere quanti di chi usano questi argomenti poi alzano un dito per fare qualcosa anche di piccolo nella loro vita di tutti giorni… e no: per cliccare mi piace il dito si abbassa e basta quindi non vale, ci vuole qualcosa di più.

Una parola la voglio spendere per “eh ma guarda cosmopolitan che fa il servizio sui pacchi regalo dei nuotatori (c’è, esiste, non me lo sono inventato) QUINDI capisco che cicciotelle sia offensivo e sbagliato, ma che male c’è a dire che quelle del beachvolley hanno un bel culo?”.
Ci sono due cose su questo: la prima è che non è che se lo dice un uomo è maschilismo ma se lo dice una donna (in quel caso una rivista per pubblico femminile) allora non è più maschilista. Certo che lo è: è la nostra società ad esserlo quindi lo siamo tutti, chi più chi meno. La differenza è fra chi lo è per scelta e chi, come me, è cresciuto in una società maschilista e cerca di cambiare sé stesso e gli altri.
La seconda è che un conto è dire in un servizio di moda che (ad esempio) la Pellegrini ha un bel fisico ed è una bella donna, altro è fare un servizio di sport e mettere nell’articolo che parla dell’oro di una schermitrice che ha un lato B disegnato col compasso con galleria di foto dedicata, altro ancora sarebbe stato scrivere oltre che della sua abilità anche sottolineare il suo fascino e bellezza, che non c’entra nulla comunque ma non la tratta come un pezzo di ciccia sul bancone del macellaio. Altra cosa è in un contesto amicale, davanti alla fantozziana birra e frittata di cipolle, commentare le grazie di questo o quella. Il contesto e lo scopo della comunicazione ne determinano il linguaggio ed il registro: guardare una pallavolista e dire che ha un bel culo non è di per sé maschilista, pensare  e considerare una pallavolista SOLO perché ha un bel culo e usare questa bella caratteristica come unica qualità della sua intera esistenza lo è.

Chiudo questo lungo post rispondendo ad una domanda a cui è doveroso rispondere: ma a te, uomo bianco ed eterosessuale, che te ne frega di tutto questo? Non sono le femministe a doversene occupare?

Parto dalla seconda: io non posso essere femminista perché non sono una femmina. Io mi considero un Alleato delle femministe: per questa così come per altre cose si può decidere di combattere al fianco di chi fa una battaglia giusta.
Alla prima: in realtà non sono solo un Alleato nel senso che aiuto altri a combattere una loro battaglia. È la mia battaglia: solo perché le donne sono la parte più visibilmente oppressa da un sistema patriarcale non vuol dire che tale sistema patriarcale non mi imponga dei modelli maschili fisici, di comportamento e relazionali completamente sbagliati e da cui mi voglio liberare. Sono state però le femministe ad indicare a noi maschi la strada, su cui siamo molto più indietro di loro. Per questo e per il fatto che sono loro le più colpite è giusto ed ovvio che siano loro l’avanguardia mentre noi stentiamo a prendere coscienza, ad organizzarci.

Quindi io, come maschio, sono sia il problema che vittima del problema: per questo è anche la mia lotta e non solo di altre.

Pippo_Jedi