Politicamp parte seconda: fra identità e identitarismo.

Concludevo la parte prima di queste riflessioni a caldo con alcune domande che riassumo brutalmente così: Possibile diventa parte del problema o parte della soluzione? Penso che l’intervento conclusivo di Pippo Civati chiarisca con onestà la situazione ed il chiarimento che fa non mi trova d’accordo; vi spiego perché e scusate se ci metto un po’, ma il ragionamento richiede spazio.

Nel 2012 nasceva ALBA e nel suo manifesto si dicevano molte bellissime cose; come ho detto nella prima parte di queste riflessioni a caldo l’approccio era di un’OPA ostile agli altri soggetti costituiti, SEL e PRC in primis, per superarli di slancio. Piuttosto che addentrarmi nei motivi del fallimento di quel tentativo mi interessa sottolineare perché fosse un approccio corretto… allora.

Il contesto era quello di due partiti che avevano provato in modi diversi a rilanciare un modello partito (SEL con un’apertura a culture politiche diverse, il PRC con la federazione dei comunisti) e stavano, a nostro avviso e poi il tempo ci ha dato ragione, fallendo. Ma erano ancora in competizione ed erano assolutamente convinti che loro la debolezza fosse solo momentanea e non strutturale.
Un approccio quindi “ostile” era necessario. Poi chiaramente si dichiarava l’apertura a tutti e si prevedevano meccanismi partecipativi, doppie tessere e si diceva “qui c’è posto per tutti nel costruire qualcosa di nuovo con metodi nuovi”. Ma il punto è che si era in competizione e non in cooperazione.

Oggi il contesto è radicalmente diverso: il vagare nella terra di mezzo di SEL pare essersi concluso avendo definitivamente preso atto dell’impraticabilità di un’alleanza con le socialdemocrazie europee, rappresentate in Italia dal PD. Rifondazione comunista pare essersi arresa all’evidente e costante emorragia di partecipazione alla vita del partito ed alla sempre più ridotta capacità di incidere, rischiando così di chiudere in modo inglorioso la storia di un partito che con luci ed ombre è stata una pietra fondamentale della sinistra italiana, disperdendone così esperienze e relazioni positive, lasciando alla storia solo una serie di fratture.
Nel frattempo è nata quella cosa strana che è l’Altra Europa con Tsipras che ha trovato il modo di riunire tanti con lo scopo di combattere insieme la lotta greca, per un modello diverso di Unione Europea. Altra Europa che che deciso, con molti mal di pancia, di non strutturarsi nell’ennesimo partitino di sinistra, di non cristallizzarsi in parte del problema ma che cerca, i posteri diranno con quali fortune, di essere parte della soluzione.

Siamo al contesto in cui SEL ha apertamente dichiarato che è disposta ad un percorso comune per una costituente di tutti, in cui tutti, con pari dignità delle proprie storie e culture politiche, possano partecipare senza doversi autoflagellare in continuazione a causa delle divisioni passate. Paolo Ferrero ha detto cose analoghe sottolineando come vuole essere scintilla del processo, ma che poi saranno altri a guidarlo fino in fondo perché il suo volto è troppo segnato da una storia politica che, pur rivendicando in toto, non è utile sia in primo piano: è tempo di una nuova dirigenza.

In questo contesto arriva Pippo Civati con Possibile e dice, quasi letteralmente: “forse l’abbiamo comunicato male, ma questo è il percorso aperto a cui tutti possono partecipare se lo vogliono le porte sono aperte, noi intanto andiamo avanti”.

Pare quasi che, abituati a stare nel campo del PD, abituati all’ininfluenza della sinistra (che è reale) si siano anche convinti che non solo la sinistra sia ininfluente ma sia inesistente. Non è così.

Il discorso di Civati a chiusura del Politicamp di Firenze infatti non mi ha trovato d’accordo. Pippo è un bravo oratore, divertente, dalla battuta facile ma non becera, con la “giusta citazione” ed un linguaggio fresco ed abbastanza diretto… ma la sostanza di molte cose non mi torna.

Se infatti capisco, rispetto e, paradossalmente, possa incoraggiare la costruzione di un’identità “Possibile” che allarghi le crepe nel mondo PD facilitandone la disgregazione e che sia attrattiva nei confronti di quegli attivisti e di quell’elettorato, non posso accettare l’approccio “noi siamo il nuovo, siamo aperti, venite”. Anche perché finché è un appello rivolto alle singole persone va anche bene… il problema è che un appello rivolto solo alle singole persone, come se non ci fosse un contesto, come se appunto non si sapesse che il campo della sinistra è già fin troppo affollato di soggetti politici/partitici… e sinceramente non si sente l’esigenza di aggiungerne un altro.

C’è un sottile confine fra la costruzione di un’identità e l’essere identitari ma mi pare che quel confine Civati l’abbia superato.

Lo supera perché se da una parte è più che ragionevole che nel discorso di chiusura dell’appuntamento che sancisce la propria esistenza si tenda ad essere identitari nella retorica e nei sentimenti altra cosa sono poi le azioni che si intraprendono prima e dopo.

Se la scelta di presentare i referendum poteva anche essere letta come utile a smuovere le acque ed accelerarne il percorso, la scelta unilaterale di presentare i quesiti e partire con la raccolta delle firme senza avere costruito un’ampia coalizione è infatti un errore madornale, un errore estremamente identitario. I referendum si possono perdere in 4 modi: non presentando i quesiti e dando per persa quella battaglia non combattendola, non raccogliendo le firme, non superando il quorum, non avendo un soggetto politico che dia seguito alla vittoria nelle urne. I referendum sull’acqua sono stati sconfitti all’ultimo passo. Qui si rischia che per la fretta di vincere il primo, per fare uno scatto, non si raccolgano nemmeno le firme, figurarsi poi ambire a superare il quorum. Se infatti il mondo della scuola e dei sindacati e dei movimenti (più che di sel o prc o ae) non è primo promotore allora sarà “il referendum di Civati” e se prenderà il 20% sarà grasso che cola. Sarà una sconfitta, inutile, e anzi dannosa, anche rispetto alle elezioni amministrativa e l’eventuale 20% al referendum non si tradurrà in un 20% alle amministrative.

In quest’analisi prevalgono, è chiaro fin dal titolo, i punti critici. Ma critica è la situazione della sinistra italiana, lo è da tempo: niente di nuovo sotto il sole, purtroppo.

Che fare quindi? Parlando con i possibilini (diteci come chiamarvi per favore! 🙂 ) ho capito che come sempre la differenza fra “dirigenza” “attivisti” e “elettori” c’è ed è, come sempre, interessante e le idee non sono così nette come le ha poste Civati.

Prendiamo questo politicamp quindi per quello che è: l’irrompere nel campo della sinistra di una nuova forza organizzata, dell’affacciarsi nel nostro campo (perché prima erano oggettivamente in un altro) di nuove storie personali e collettive, del coinvolgimento di persone nuove alla politica. Se a queste storie risponderemo in modo identitario avremo, necessariamente, una risposta identitaria. Se viceversa praticheremo la cooperazione invece della competizione riusciremo a costruire qualcosa insieme.

Questa cooperazione, che non vuol dire assenza o rimozione del conflitto, da oggi può svolgersi in un dibattito pubblico aperto, negli incontri da promuovere, nelle relazioni personali e politiche da costruire.

Sta solo a noi farlo e a nessun altro.

Pippo_Jedi