Non sono Parigi: o tutti o nessuno.

Da trentenne disincantato che incomincia a guardare gli anta piuttosto che gli enta e che tutti i giorni è assalito da centinai di notizie è difficile per me dire “Je suis Paris”.

È difficile per due grossi motivi.

Il primo, quello politico, è che la Francia è stata in prima linea nel bombardare la libia, nel decidere unilateralmente di bombardare in Siria e continua a perseguire in Africa politiche neocoloniali grazie alle sue aziende petrolifere e, in generale come qualsiasi paese “occidentale”, a sfruttare le risorse naturali dell’Africa facendosi causa di quelle migrazioni che poi ci diciamo “oh ma perché non stanno a casa loro?”.

Fino ad un po’ di tempo fa c’era l’idea che fosse possibile scatenare e portare avanti guerre in teatri fuori dai propri confini in totale sicurezza del fronte interno ed infatti i neo-con americani dei primi anni 2000 avevano fatto di questa dottrina la loro linea di politica estera (ovviamente non solo loro). Oggi non è più così: i nostri sistemi di informazioni sono così interconnessi e i mercati finanziari sono così volaliti e delicati che sono sufficienti un manipolo di persone determinate per impressionare l’opinione pubblica mondiale, mettere in difficoltà le borse e creare contraccolpi economici nei paesi colpiti.

Non è terrorismo: è la guerra. Condotta con tattiche di guerriglia, rivolta a bersagli solamente civili perché è così che si fa più male. D’altra parte ai milioni di profughi della Siria vagli a spiegare che le bande armate da stati uniti ed occidente non avevano intenzioni di sradicarli dalle loro case, che i bombardamenti al fosforo degli israeliani su gaza non dovevano colpire i civili.

E tutto questo perché?

Per i soldi, il potere. La religione è solo l’oppio che viene dato al popolino per star calmi mentre si va a farsi esplodere, mentre si chiede al proprio amico invisibile preferito che stanotte non tocchi a te, che tu sia parigino o siriano.

Quindi non mi sento Parigi: la Francia ha perseguito una politica sanguinaria e violenta.
Dissi a suo tempo “je suis charlie” perché loro avevano preso per il culo tutti e mai fatto del male a nessuno.

Ed arrivo così al secondo grande motivo: qualcuno leggendo magari dirà “ma pippo, sei senza cuore! E tutta quella gente morta? Forse che quelli che sono morti avevano fatto del male a qualcuno?”.
Nel nostro mondo interconnesso e digitale le tragedie si affastellano una sull’altra, si rincorre il carico di morti che ogni giorno social network, tv e giornali ci mostrano. Solo quest’estate si stima che siano morte più di 2000 persone che scappavano dalle guerre nel nordafrica e medio oriente nel tentativo di cercare un’oasi di pace in Europa. Ci sono milioni di rifugiati siriani, guerriglieri curdi che vengono bombardati dalla turchia, guerriglieri armati dagli americani bombardati dalla russia.

È un gran casino, l’unica cosa che si capisce è che gente che muore tutti i giorni.

Che essere umano sarei se provassi empatia solo per morti di Parigi?
Nessuno.

Quindi non sono Parigi: o sono tutti o non sono nessuno.
Non so ne posso esser capace, ma forse cercare di esserlo è uno dei sensi della vita.