header bolle 02

Cicciottelle e maschilismo

Sui social in questi giorni di olimpiadi è scoppiato il caso Cicciottelle e dopo due giorni di discussioni ho visto scritte tante di quelle sciocchezze da dover rimettere insieme alcuni punti importanti in un unico posto senza la pretesa di essere esaustivo e senza la pretesa di essere corretto al 100% quindi, femministe e non che mi leggete: se dico delle stronzate correggetemi per favore!

Partiamo dai fatti per chi magari non ha seguito i vari passaggi: la squadra olimpica femminile di tiro con l'arco composta da Guendalina Sartori, Lucilla Boari e Claudia Mandia sfiora la finale per l'oro ed arriva quarta facendo il miglior risultato di sempre. Il resto del carlino nella parte sportiva titola “Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico” da cui partono polemiche in rete, il titolo viene corretto e viene pubblicata una nota di (non)scuse del direttore, lettera del presidente di Fit-Arco a chiedere scuse e diverse proteste. Il giorno dopo l'editore solleva dall'incarico il direttore e si scusa senza arrampicarsi sugli specchi. Partono le polemiche sul suo licenziamento.

Perchè il titolo fa schifo.
- Cicciottelle è un termine che può essere affettuoso solo fra familiari o conoscenti stretti. Chi non lo capisce, mi dispiace, ma non ha nessuna idea del fatto che contesti diversi richiedono modi di parlare diversi (detti anche registri linguistici). Quindi se non è affettuoso è dispregiativo ed è un'offesa punto e basta.
- È offensivo in quanto cambia l'identità dell'oggetto a cui è rivolto: un'arciera può essere un'atleta, un'olimpionica, una tiratrice... andando su iperboli per esigenze retoriche uno potrebbe dire un'ammazza bersagli, una cecchina, un mirino umano. Cicciotella che c'entra? Potrebbe entrarci, e sarebbe comunque dispregiativo, se la prestanza fisica messa in discussione fosse funzionale allo scopo dello sport (tipo un maratoneta da 200kg). In questo caso non c'entra nulla come l'incredibile bravura del trio ha dimostrato. Quindi l'epiteto trasforma l'atleta in Cicciotella, valutandola per una cosa che non c'entra nulla.
- È offensivo ed ha generato clamore perché questo cambio di funzione viene fatto in modo sistematico e schiacciante in confronto delle donne per cui non sono mai scienziate, sindache, astronaute, dottoresse o vittime di un crimine, ma sono quasi sempre schiacciate su funzioni stereotipate: sessuale, riproduttiva o relativa ad un maschio (per tenere la lista breve). Quindi sono Cicciottelle in quanto non desiderabili sessualmente; quella non è sindaco, è SuperMamma e come farà con i figlioli; è la moglie o l'amante di... Non sto poi ad elencare i casi in cui la vittima di un omicidio diventa “escort uccisa” o una vittima di stupro diventa “bisessuale aggredita dal branco” e sordide variazioni sul tema.
Questo non avviene praticamente mai nel caso degli uomini: gli atleti maschi sono coraggiosi e forti anche quando rotondetti e quest'ultimo aspetto mai viene citato quando c'è... proprio perché non c'incastra nulla.

Le (non)scuse del direttore
Un direttore ha la responsabilità di ciò che viene scritto nel giornale. Ora pretendere che conosca esattamente tutti i titoli di ogni singolo articolo è forse pretendere troppo? Forse, ma la legge gli da' la responsabilità penale, ricordiamocelo mentre diciamo che in fondo un errore può capitare, l'importante è porvi rimedio.
Le nonscuse del direttore sono però due paragrafini il cui cuore è il secondo “Mi scuso se quel titolo ha urtato la sensibilità di alcuni nostri lettori ma l'intento di partenza non era né derisorio né discriminante.”
Non sono scuse. Non si scusa perché il titolo è sbagliato, si scusa perché altri si sono sentiti urtati: la colpa è cioè loro, infatti si conclude dicendo che mai volevano deridere né discriminare.
Ora possiamo dare il beneficio del dubbio al titolista che l'intenzione non fosse offensiva... non cambia il fatto che il titolo sia oggettivamente tale.
La tecnica ninja alogica dello spostare la colpa sull'offeso è vecchia come il cucco ed un direttore di un giornale che la usi o è in completa malafede e cerca di arrampicarsi sugli specchi per allontanare il barile di merda che gli sta calando addosso oppure è un perfetto incompetente in quanto non sa il senso di ciò che scrive.

In entrambi i casi quindi è legittimo che l'editore lo licenzi in tronco: in ogni caso ha fatto prima pubblicare un titolo offensivo mettendo in ridicolo la propria testata e quando avrebbe dovuto correre ai ripari offrendo semplici e sincere scuse ha scaricato la colpa sui propri lettori o potenziali clienti.

Mentre accadeva tutto questo sono partiti i benaltristi, i predicatori dal pulpito ed, ovviamente, i finti libertini maschilisti ed altra brodaglia.
I primi hanno incominciato ad usare argomenti senza senso, spesso mescolando al tutto un po' di becero machilismo/razzismo/propria supposta superiorità morale, con frasi del tipo “ah, ma nel frattempo c'è da pensare … ai banbini in africa / agli italiani che non arrivano a fine mese / ai titoli di libero / alla pace / all'invasione di cavallette”.
Ora: a meno che tutte le persone che si sono indignate ed hanno protestato su questa cosa non siano impegnate 365 giorni all'anno su qualcosa e che quindi debbano scegliere con acume le proprie priorità in quanto o fanno questo o fanno quello... che c'entra?
La maggior parte della gente non fa attività politica, né sociale, né tanto meno è attiva su questi temi. Quindi non hanno da scegliere accuratamente la loro priorità perché non devono scegliere fra opzioni. È già tanto se una volta si agitano un po' per qualcosa.
Quindi per una volta che si smuovono su qualcosa invece di fare i sapientoni dicendogli “ah ma guarda che c'è qualcosa di più importante ti spiego io cosa” ditegli “bravi, fate bene ad indignarvi e guardate: è servito a qualcosa.”
Che poi vorrei vedere quanti di chi usano questi argomenti poi alzano un dito per fare qualcosa anche di piccolo nella loro vita di tutti giorni... e no: per cliccare mi piace il dito si abbassa e basta quindi non vale, ci vuole qualcosa di più.

Una parola la voglio spendere per “eh ma guarda cosmopolitan che fa il servizio sui pacchi regalo dei nuotatori (c'è, esiste, non me lo sono inventato) QUINDI capisco che cicciotelle sia offensivo e sbagliato, ma che male c'è a dire che quelle del beachvolley hanno un bel culo?”.
Ci sono due cose su questo: la prima è che non è che se lo dice un uomo è maschilismo ma se lo dice una donna (in quel caso una rivista per pubblico femminile) allora non è più maschilista. Certo che lo è: è la nostra società ad esserlo quindi lo siamo tutti, chi più chi meno. La differenza è fra chi lo è per scelta e chi, come me, è cresciuto in una società maschilista e cerca di cambiare sé stesso e gli altri.
La seconda è che un conto è dire in un servizio di moda che (ad esempio) la Pellegrini ha un bel fisico ed è una bella donna, altro è fare un servizio di sport e mettere nell'articolo che parla dell'oro di una schermitrice che ha un lato B disegnato col compasso con galleria di foto dedicata, altro ancora sarebbe stato scrivere oltre che della sua abilità anche sottolineare il suo fascino e bellezza, che non c'entra nulla comunque ma non la tratta come un pezzo di ciccia sul bancone del macellaio. Altra cosa è in un contesto amicale, davanti alla fantozziana birra e frittata di cipolle, commentare le grazie di questo o quella. Il contesto e lo scopo della comunicazione ne determinano il linguaggio ed il registro: guardare una pallavolista e dire che ha un bel culo non è di per sé maschilista, pensare  e considerare una pallavolista SOLO perché ha un bel culo e usare questa bella caratteristica come unica qualità della sua intera esistenza lo è.

Chiudo questo lungo post rispondendo ad una domanda a cui è doveroso rispondere: ma a te, uomo bianco ed eterosessuale, che te ne frega di tutto questo? Non sono le femministe a doversene occupare?

Parto dalla seconda: io non posso essere femminista perché non sono una femmina. Io mi considero un Alleato delle femministe: per questa così come per altre cose si può decidere di combattere al fianco di chi fa una battaglia giusta.
Alla prima: in realtà non sono solo un Alleato nel senso che aiuto altri a combattere una loro battaglia. È la mia battaglia: solo perché le donne sono la parte più visibilmente oppressa da un sistema patriarcale non vuol dire che tale sistema patriarcale non mi imponga dei modelli maschili fisici, di comportamento e relazionali completamente sbagliati e da cui mi voglio liberare. Sono state però le femministe ad indicare a noi maschi la strada, su cui siamo molto più indietro di loro. Per questo e per il fatto che sono loro le più colpite è giusto ed ovvio che siano loro l'avanguardia mentre noi stentiamo a prendere coscienza, ad organizzarci.

Quindi io, come maschio, sono sia il problema che vittima del problema: per questo è anche la mia lotta e non solo di altre.

Pippo_Jedi

Cosmopolitica: vinceranno i poteri deboli o gli attivisti? Ultima parte.

Concludo questo trittico di post su Cosmopolitica con una parte più costruttiva dopo aver ricostruito il contesto e le mie impressioni ed analisi dell'evento in sé.

Solo per riprendere il filo (se volete capire meglio leggete i primi due post): il contesto è quello di una frammentazione e mancanza di credibilità della sinistra politica, c'è stato il tentativo di costruire un percorso unico ed unitario per fondare un'organizzazione che superasse quelle esistenti. Organizzazione che potesse ricostruire credibilità, pratiche comuni, elaborazione politica ed esistere sul piano della rappresentanza politica e su quello del dibattito pubblico. A causa delle posizioni deboli di rifondazione comunista la dirigenza di sinistra ecologia e libertà ed ex-PD ha fatto saltare questo percorso con la protesta de l'Altra Europa con Tsipras ed ACT. Chi ha causato la rottura ha poi promosso, anche insieme ad ACT, un appello “per la sinistra di tutte e tutti” che ha portato all'appuntamento di Cosmopolitica, dove è stato affermato forte e chiaro che non stava partendo un processo unitario ma che partiva il processo fondativo di Sinistra Italiana e chi voleva unirsi avrebbe trovato le “porte aperte”.

La rottura, l'appello “unitario”, e l'evento Cosmopolitica che smentisce, nei fatti, l'appello è stata una serie di decisioni fatte da un'insieme di dirigenze deboli. Quelle degli ex-PD senza più organizzazione e con simpatizzanti che non possono rimanere in bagnomaria in eterno. Quella di SEL che ha un partito nel partito: gli amministratori eletti insieme al PD che non vogliono perdere posti di lavoro (il proprio e del proprio codazzo). Quella di ACT che, nel suo piccolo, pur di contare, e cercare di “spostare a sinistra” il progetto si è di fatto prestato ad un'operazione di “youngwashing”: una verniciata di giovanilismo su qualcosa di politicamente molto vecchio (per correttezza risottolineo che ACT non ha partecipato alla rottura, anzi ha cercato di contrastarla).

In un contesto di debolezza così forte delle dirigenze e dei corpi dei soggetti che hanno dato via a Sinistra Italiana, non si capisce quali sarebbero le caratteristiche innovative che quest'ultima dovrebbe possedere rispetto a chi l'ha fondata per fargli fare il salto di qualità necessario a spazzare via gli altri soggetti e, in contemporanea, essere una forza politica credibile.

Siamo quindi di fronte ad un vicolo cieco e per siamo intendo “noi che vogliamo un'organizzazione unica ed unitaria che possa essere credibile etc etc”.

La domanda che ricorre in questi miei pezzi è vinceranno i poteri deboli o gli attivisti?”.

Cosa potrebbero fare gli attivisti di Sinistra Italiana per ribaltare la situazione? Cosa potrebbero fare per far sì che, in un clima di completa sfiducia reciproca dopo la rottura, ciò che offrono a chi è fuori dal quel percorso vi possa entrare a far parte realmente, superando steccati ed organizzazioni?

Dall'altra parte, di chi è fuori da quel percorso, quali proposte possono essere accettabili? Quali azioni possono mostrare concretamente la volontà di costruire insieme qualcosa al di là della retorica delle porte aperte?

La mia risposta pessimista è: niente. La rottura, le debolezze reciproche, la contemporaneità con amministrative in cui tutti, tutti, cercano di conquistare uno strapuntino di potere fa' sì che ci sia un clima di così totale sfiducia e di completa mancanza di credibilità in ciò che “gli altri” fanno e dicono che non c'è nemmeno spazio per una discussione politica franca.

La mia risposta ottimistica è: ben poco.

Dato che in politica ci si dovrebbe sforzare di analizzare la realtà per ciò che è e poi immaginare soluzioni provo a partire dal pessimismo per costruire qualcosa di ottimista.

La prima cosa che gli attivisti dovrebbero comprende a fondo è che dovono avere un po' di “coscienza di attivisti”: il potere che le deboli dirigenze hanno su di loro è di due tipi.

Il primo, oggettivo, è quello dei soldi dei parlamentari e del partito (chi ce l'ha) e dell'esposizione mediatica di cui godono. Esposizione che è in grado di influenzare molte persone, di costruire narrazioni in cui raramente si entra nel merito e che sono fortemente incoerenti. Basta pensare al “no ad accrocchi” e ciò che succede alla amministrative a Roma dove di fronte ad un percorso unitario di cui Fassina è espressione parte la lotteria fra Marino, Bray e il grande puffo. Lotteria promossa dall'ala Smeriglio di SEL/Sinistra Italiana... e ricordo che Fassina è in Sinistra Italiana... incomprensibile è dir poco.

Il secondo, non oggettivo, è quello che le deboli dirigenze (nazionali e locali) hanno solo il potere che gli altri gli concedono.

Sul primo si può far poco, sul secondo si può far tutto.

Ad esempio: nel caso delle europee la dirigenza SEL era per “la terra di mezzo fra shultz e tsipras” e voleva entrare nel PSE, poi fu fatto un congresso che decise la partecipazione a l'Altra Europa con Tsipras.

Gli attivisti di Sinistra Italiana potrebbero quindi incominciare ad organizzarsi fra loro ed organizzare con chi al di fuori non si rassegna allo stato di cose: si potrebbero organizzare iniziative pubbliche veramente unitarie, si potrebbero chiedere incontri, fare proposte, appelli nazionali comuni per un'unità vera e non di facciata. Iniziative politiche che costruiscano fiducia reciproca e credibilità collettiva. Perché l'ultimo appello degno di nota su il manifesto è dei “cento” di ciccio ferrara? Perchè tutta quell'area che non è d'accordo con la svolta “asfaltista” del processo unitario di Sinistra Italiana non prende pubblicamente parola?

Tutta la costruzione autosufficiente di Cosmopolitica si basa sul fatto che nessuno prenderà parola per dire “ma che cazzo avete fatto? Siamo ancora a fare i soliti giochini di potere per poter decidere poi chi diventa assessore e chi viene assunto da quest'ultimo?”.

Se quindi, alla fine, in Sinistra Italiana vinceranno i poteri deboli o gli attivisti dipenderà sopratutto da ciò che faranno questi ultimi. Fuori da Sinistra Italiana c'è, a parer mio, tutta un'area, sia in Altra Europa che in Rifondazione che fra attivisti sparsi, che non è solo disposta, ma che è pronta a lavorare assieme per superare le difficoltà che ci sono.

Ce la farete a battere un colpo in modo che qualcuno possa rispondere?

Io spero di sì e mi sto dando da fare perché sia così.

Pippo_Jedi

Cosmopolitica: vinceranno i poteri deboli o gli attivisti? Parte due

Parte due: dopo aver ripercorso nella prima parte il contesto di debolezze di tutta la sinistra italiana ed i passaggi che hanno portato all'evento di Cosmopolitica vi racconto le mie impressioni e ragionamenti che ne seguono.

La prima cosa da dire è che è stato un evento con un buon numero di partecipanti nell'arco dei tre giorni, circa 3500. Ci sono stati moltissimi interventi che nel merito di tanti temi hanno detto cose belle ed importanti, anche se potevano essere cose dette in qualsiasi occasione.

L'entusiasmo che ho percepito in molti compagne e compagni era reale e genuino: moltissimi hanno veramente voglia di voltare pagina, di lasciarsi una stagione alle spalle per aprirne un'altra. Quest'entusiasmo però, parlando meglio con chi conosco, alla fine mi è parso un po'... Morettiano. C'era la voglia di essere entusiasti ma c'era con un po' di tristezza e dubbi addosso; dubbi che piano piano riemergono, quasi esistenzialmente.

Mi sono ascoltato tutti, o quasi, gli interventi dal sabato alle 18 alle 22 e tutti quella della domenica mattina e questi sono i punti che più mi hanno dato da pensare.

La platea e gli interventi era costituita per la maggioranza da persone provenienti da SEL, com'è ovvio, eppure non ho sentito nessuno, ma proprio nessuno, che rispondesse ad una domanda apparentemente semplice: ma perché SEL si scioglie e da' vita ad un nuovo progetto?

Al di là di vari giudizi SEL è un partito che ha una storia di quasi 7 anni, circoli, parlamentari, assessori e molti attivisti. Non è un partito forte, ma sicuramente degno di rispetto.

Quindi perché si scioglie? I suoi obiettivi erano sbagliati? I suoi modi di perseguirli erano sbagliati? O Sinistra Italiana è un progetto con caratteristiche così innovative da costituire un salto di qualità così grande rispetto a SEL che tali innovazioni non potevano essere attuate dentro SEL?
Se il punto era che gli ex-PD avevano bisogno di un'organizzazione politica nel quale vivere allora perché non potevano semplicemente entrare in SEL, se non aveva problemi?

Essendo Cosmopolitica un evento di lancio di una nuova esperienza non mi aspettavo file di persone che intervenivano autoflagellandosi pubblicamente ... ma una qualche riflessione pacata, un guardarsi alle spalle per non ripetere gli errori, quella sì.
E invece niente. Nada. Nichts.

Quello che appare è quindi una retorica del “nuovo partito che farà cose bellissime”... e non si capisce come mai , dato che il 90% di quelle persone facevano parte già di un partito, tutte quelle cose bellissime non l'avessero già fatte.

L'altra impressione è stata infatti di interventi istrutturati più come una serie di comizi volti a convincere sé stessi e la platea di aver già risolto i propri problemi più che a riflettere sul da farsi, su ciò che bisognava cambiare per mettere in pratica un sacco di belle parole.

Devo dire che la platea questa cosa in qualche modo mi pare l'abbia registrata: uno dei passaggi più applauditi è stato quello di Curzio Maltese che, focalizzando una frase di Cofferati, ha detto “non si baratta l'identità [di un nuovo soggetto] per un assessorato a Milano” in uno dei pochi interventi critici della giornata... ma non a caso, penso, Curzio Maltese non è di SEL.

Particolarmente deprimente è stata la chiusura, sia in senso dell'ordine che del contenuto, della domenica fatta da Fratoianni. Un discorso comprensibilmente proteso tutto in avanti ma che inciampa in modo spettacolare su un punto in particolare: quando parla di accrocchi e pluralismo.

Fratoianni dice infatti che la sinistra è spezzettata, divisa in partiti, movimenti e correnti e che un nuovo partito deve essere sì plurale, ma che la pluralità è nelle idee delle persone e che quindi, rivolgendosi ad Altra Europa e Rifondazione che vorrebbero fare un unico soggetto unitario, non deve essere un accrocchio.

Ora: molte critiche ad Altra Europa e Rifondazione sono più che legittime e meritorie di essere discusse, ma che il coordinatore di SEL dica cose del genere è roba da premio olimpionico dell'ipocrisia e chi lo applaude, mi dispiace dirlo, si è lasciato trasportare da una retorica vuota e falsa.

SEL infatti è da sempre un partito nato da pezzi diversi che non è riuscito mai ad amalgamare fino in fondo e che da sempre è diviso in correnti e potentati in spietata lotta fra loro: basta la vicenda Sala a Milano e stendere un velo pietoso su Gennaro Migliore per ricordarsene.

Tenere fuori Altra Europa e Rifondazione permetterebbe magicamente di risolvere il problema delle correnti? Se Rifondazione si sciogliesse oggi ed entrasse in blocco in Sinistra Italiana il problema si risolverebbe magicamente?
NO! Se non si innova nei meccanismi di funzionamento dell'organizzazione politica di cui si fa parte (chiamatelo partito o soggetto, non me ne frega nulla) niente cambierà.
Se l'unica cosa che si dice con molta veemenza è che da oggi in poi non ci saranno più quei problemi si intende dire che chi parla non avrà più quei problemi perché sarà la fazione più forte.
Nient'altro.

Allo stesso modo la retorica delle “porte aperte” mi è parsa una delle cose più vuote e false di tutta la giornata. Una retorica auto assolutoria e scaricabarile nei confronti di chi non partecipa a Sinistra Italiana. In molti interventi infatti il ripetere che bisogna tenere le porte aperte, che si deve essere inclusivi rispetto a chi ancora non fa parte di questo percorso... ma poi? proposte concrete di come mettere in pratica queste cose?

Nessuna.

Nemmeno un “noi attivisti di Sinistra Italiana chiederemo, in ogni città, incontri con tutti i soggetti, tutti i soggetti, e parleremo con loro per capire come costruire qualcosa insieme”.
Che sarebbe il minimo sindacale per avviare un confronto di merito... No, semplicemente un “quando avranno voglia di venire, verranno”... che è l'equivalente politico del fregarsene alla grande.

In questa fase quindi, fra deboli dirigenze e attivisti, mi pare che le dirigenze stiano prevalendo.
Le prime hanno i soldi, hanno il controllo nominale delle organizzazioni, hanno la visibilità mediatica necessaria, per quanto scarsa, di apparire e sterzare il progetto dove gli pare.
Se infatti il futuro partito seguirà norme statutarie e democratiche (anche se sulla loro qualità come visto si può ampiamente discutere) ci sarà una fase, necessariamente e potenzialmente lunga, in cui le loro decisioni ed posizioni saranno non discutibili, non contrastabili e formeranno, di fatto, il consenso degli attivisti intorno a posizioni che non sarà più possibile mettere in discussione.

La rottura che ho ricostruito nel primo pezzo di questa serie infatti è stata operata da una debole dirigenza che poi, data la riservatezza del percorso e le debolezze altrui, ha potuto costruire la narrazione che più si adattava al proprio scopo: avere il controllo del nuovo, proprio, progetto. Su questa rottura gli attivisti hanno avuto poche possibilità di incidere e scarsissima volontà di prendere parola.

Quindi: vinceranno le deboli dirigenze o gli attivisti? I pronostici sono a favore dei primi: hanno dalla loro un po' di potere.
Gli attivisti però potrebbero prendere coscienza di una cosa molto importante: che i primi sono in grado di esercitare il potere che i secondi gli concedono. Nient'altro.

Nel terzo (ed ultimo!) pezzo di questa serie proverò, dopo il contesto e le impressioni ragionate, a raccogliere un po' di propositi, aspettative e proposte per ribaltare il pronostico.

 

Pippo Jedi

p.s. chi indovina perchè ho scelto l'immagine di David Bowie di Labirinth vince un mappamondo; da poco ho aperto una pagina FaceBook per questo blogghettino, se vi va seguitela, commentate lì e vediamo chi indovina :-)